Questo intervento prosegue il percorso avviato nei due articoli precedenti, uno sul rapporto tra psichedelia e mercato e l’altro sul capitale digitale e l’esposizione cognitiva del singolo. Qui l’obiettivo è più circoscritto: mettere a fuoco il passaggio storico che collega la controcultura psichedelica alla cultura digitale e interrogare il ruolo della politica in questa trasformazione.
In termini generali, negli anni Sessanta la psichedelia viene presentata come strumento di esplorazione degli stati altri e di ridefinizione dell’identità. Negli anni Ottanta e Novanta il noto ‘profeta’ degli psichedelici Timothy Leary (1920-1996) compie uno spostamento significativo: individua nel cyberspazio il nuovo ambiente di espansione della mente. Nel suo ultimo libro, Chaos & Cyber Culture (1994), e in una raccolta postuma di interviste e articoli (Cyberpunks CyberFreedom, descrive il personal computer come un dispositivo capace di decentralizzare l’accesso all’informazione e di moltiplicare le possibilità identitarie. Internet non è soltanto tecnologia, ma interfaccia cognitiva. In questa prospettiva, la continuità tra sostanze e digitale non è simbolica: entrambe sono strumenti che incidono sui processi mentali.
Leary intravede nel digitale una promessa libertaria, ma non ignora il rischio della sorveglianza e del controllo. L’alfabetizzazione tecnologica diventa condizione di autonomia. Se non comprendi l’infrastruttura, ne sei dipendente. Questa intuizione, letta oggi, acquista un rilievo diverso. Le piattaforme digitali organizzano flussi informativi, modellano l’attenzione, raccolgono dati comportamentali. La questione non riguarda soltanto l’economia, ma la formazione stessa dell’esperienza.

A questo punto si chiarisce il collegamento con i due testi precedenti: se la psichedelia può essere assorbita dal mercato come prodotto e il digitale può essere concentrato in forme proprietarie ad alta capitalizzazione, allora la libertà cognitiva diventa il terreno comune. Con questa espressione si intende il diritto dell’individuo a governare i propri processi mentali, a scegliere consapevolmente se e come modificare la propria coscienza, a non subire interferenze indebite né chimiche né algoritmiche. Non è una categoria retorica, ma una possibile evoluzione del diritto alla libertà di pensiero nell’epoca delle interfacce neurochimiche e digitali.
In questo scenario, il tema non è opporre un modello economico a un altro. È verificare se gli assetti esistenti garantiscano condizioni effettive di autodeterminazione. La replicabilità tecnica del digitale, ad esempio, apre possibilità di condivisione che non coincidono automaticamente con concentrazione di potere; allo stesso tempo, senza regole adeguate, la stessa infrastruttura può produrre nuove dipendenze. Analogamente, le sostanze psichedeliche possono essere oggetto di ricerca e regolazione in chiave di responsabilità e tutela, oppure diventare segmenti di mercato governati principalmente da logiche finanziarie.
Resta allora una domanda che va oltre la teoria culturale: perché la politica affronta raramente in modo sistematico il tema della libertà cognitiva? Perché il rapporto tra piattaforme digitali, proprietà dei dati, accesso alle tecnologie che modificano la coscienza e diritti fondamentali non occupa uno spazio centrale nel dibattito pubblico? È una questione di priorità, di competenze, di interessi economici, o di difficoltà nel tradurre temi complessi in linguaggio elettorale?
La controcultura psichedelica aveva intuito che la mente è un territorio decisivo. La cultura digitale ha reso quel territorio interconnesso e misurabile. Oggi la domanda non è più soltanto culturale, ma istituzionale: chi definisce i confini della libertà mentale nell’era delle piattaforme e delle sostanze? E perché questa discussione fatica a diventare agenda politica esplicita?
–Aldo Bergese (collaboratore esterno)
