Un recente fatto di cronaca – descritto in un articolo apparso su il manifesto il 7/2 riguardo agli scontri nella manifestazione tenuta a Torino il 31 gennaio a sostegno del centro sociale Askatasuna, in particolare rispetto a un’immagine ritoccata con l’intelligenza artificiale a partire dal video reale di un intervento della polizia – non è interessante solo per le polemiche che ha generato, ma per ciò che rende visibile sul piano percettivo e simbolico.
Di un evento documentato esiste un video e da quest’ultimo è stata poi estratta ed elaborata un’immagine “migliorata”, più nitida, più leggibile, più conforme ai codici visivi del fotogiornalismo contemporaneo. Alcuni dettagli risultavano ricostruiti o alterati. Siccome la qualità del video originale era alquanto bassa, l’intelligenza artificiale è stata utilizzata per rendere più nitido e definito quel frame. Una manipolazione realizzata grazie al software di IA generativa e sintetizzata in quel fotogramma.
Ovviamente qui il punto non è stabilire qui responsabilità o intenzioni degli autori della manipolazione, bensì osservare un fenomeno peculiare: la versione rielaborata appariva, per molti, più convincente del materiale originario. Più chiara. Più coerente. In una parola: più reale.

Ogni percezione è una costruzione mentale. Non in senso relativistico, bensì in senso neurocognitivo. Il cervello integra stimoli sensoriali, memoria, aspettative e contesto culturale; organizza il mondo rendendolo coerente. La fotografia ha a lungo goduto di uno statuto privilegiato perché percepita come traccia diretta del reale. Ma anche l’immagine fotografica (e, per estensione, ogni produzione video) è selezione e interpretazione. L’intelligenza artificiale introduce un passaggio ulteriore: non si limita a correggere, ma ricostruisce plausibilità, colma lacune, armonizza dettagli. E la coerenza, per la mente, tende a coincidere con la verità.
Il “più reale del reale” non indica necessariamente una menzogna deliberata. Indica una rappresentazione che aderisce meglio ai nostri schemi di riconoscimento rispetto al dato grezzo. Un’immagine iper-definita può risultare più affidabile di un video frammentario perché è più compatibile con le nostre aspettative percettive. La mente privilegia significato e continuità rispetto alla complessità irregolare dei fatti. In questo senso il caso torinese non è un’eccezione ma un sintomo: mostra come la realtà vissuta dipenda dall’interazione tra evento, mediazione tecnica e cornice interpretativa.
Il collegamento con gli Stati Alterati di Coscienza (ASC) non è metaforico ma strutturale. Negli ASC molti soggetti riferiscono che ciò che vivono appare “più vero del vero”: intensificazione percettiva, amplificazione di significato, coerenza simbolica aumentata. Questo non implica maggiore fedeltà a una realtà esterna misurabile; implica una trasformazione della qualità esperienziale. Nel caso delle immagini mediali l’alterazione non avviene nel sistema nervoso del singolo, ma nell’ecosistema dei segni. E tuttavia il risultato converge: cambia l’esperienza della realtà.
Distinguere tra dato, interpretazione e narrazione resta essenziale. Esiste un evento, un video, un’immagine modificata. Le letture che ne derivano appartengono a un altro livello. Il problema non è solo tecnico o deontologico; riguarda il modo in cui la coscienza individuale e collettiva costruisce il mondo che considera reale. Se una versione ottimizzata appare più convincente dell’esperienza grezza, non è detto che sia più vera; può essere semplicemente più compatibile con i nostri modelli di senso. E questo spostamento, più che chiudere una questione, ne apre diverse.
Riferimenti bibliografici:
- Baudrillard, Jean, Simulacres et Simulation, 1981
- Metzinger, Thomas, Being No One. The Self-Model Theory of Subjectivity, 2003
–Aldo Bergese (collaboratore esterno)
