È davvero possibile ‘ricablare’ il cervello?

“Cosa s’intende realmente con ‘ricablare’ (rewire) il cervello? È un’espressione utile per descrivere la straordinaria plasticità del nostro sistema nervoso oppure trattasi di una semplificazione eccessiva e fuorviante che distorce il nostro modo di comprendere la scienza?”

Questo l’incipit di un’accurata analisi in cui Peter Lukacsis, neurologo ungherese in pensione, mette in luce limitazioni ed equivoci di questa sorta di mantra culturale applicato un po’ ovunque, dalle terapie psichedeliche alle pratiche di mindfulness. La metafora, proposta fin dall’inizio del XX secolo, proviene dal mondo dell’ingegneria, dove ‘ricablare’ indica la sostituzione di circuiti vecchi e difettosi con quelli nuovi. Ha guadagnato popolarità grazie alle nuove tecniche di imaging per osservare l’attività cerebrale, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e la tomografia a emissione di positroni (PET). Man mano che il vocabolario della tecnologia si è fatto strada nel quotidiano, ne è emerso questo nuovo modo di considerare la meccanicità della mente umana.

rewire the brain

Eppure, mette in guardia il saggio pubblicato su Aeon, la plasticità cerebrale è condizionata, irregolare e modellata dalle circostanze, non attivata dal semplice ‘wishful thinking’. Pur se la capacità del cervello di adattarsi a nuove esperienze, recuperare da lesioni, apprendere nuove informazioni e compensare le funzioni perdute è qualcosa di reale, è tutt’altro che magia né produce risultati certi. Piuttosto: è limitata, richiede impegno, non sempre porta a un recupero o a una trasformazione perfetti.

A differenza del ricablaggio di una macchina, o di un circuito elettrico, la neuroplasticità non consiste semplicemente nel sostituire dei pezzi o dei circuiti. È un processo graduale e spesso inefficiente. Le sinapsi, che trasmettono i segnali tra i neuroni, si rafforzano o si indeboliscono. Nuovi rami dendritici – estensioni dei neuroni simili ad alberi – crescono mentre altri si ritraggono. Intere reti modificano la loro attività nel tempo, ma solo nelle giuste condizioni, e questi cambiamenti si accumulano per supportare nuovi modelli di funzionamento, mentre i meccanismi complessivi diventano meno efficienti nel corso della vita.

Come hanno chiarito Bryan Kolb e Ian Whishaw nel citatissimo studio del 1998 sulla plasticità cerebrale, quest’ultima agisce sempre in un contesto specifico: nel corso della vita, l’esperienza altera l’organizzazione sinaptica cerebrale, ma la risposta del cervello è anche influenzata dall’età, dagli ormoni, dai fattori trofici (proteine di supporto), dallo stress e da malattie o lesioni. Tuttavia, anziché ribadire queste importanti sfumature, nuove tecniche e perfino certe app sembrano suggerire un riduzionismo scientifico che, lungo questo arduo percorso di ricablaggio del cervello, passa rapidamente dalla possibilità biologica al successo della gestione personale. Si tratta di un balzo culturale di stile futurista: l’immaginazione tecnologica che non tiene conto delle complesse realtà della neuroplasticità.

Un quadro, quello del neurologo ungherese, che mette in discussione l’intera metafora e la sua popolarità: oltre a semplificare simili processi, tende a trasformare la guarigione in un risultato morale e il fallimento in una lacuna personale. Senza tralasciare però segnali positivi e spunti di riflessione. Soprattutto nella conclusione, un invito di cui far tesoro:

La neuroplasticità cerebrale è una capacità straordinaria. Offre una speranza concreta di recupero, adattamento e crescita. Ma richiede pazienza, struttura, ripetizione e sostegno. Non è una soluzione rapida. È un processo che dura tutta la vita e richiede un impegno costante.

–Bernardo Parrella

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