Questa riflessione testo prende le mosse da un intervento precedente relativo a una recente newsletter di Tripsitter centrata sul rapporto tra desiderio, consumo e psichedelia. Lì il punto di partenza era un’apparente contraddizione: la psichedelia viene spesso narrata come esperienza capace di incrinare l’identificazione con il possesso e con la logica competitiva, eppure oggi è pienamente integrata nel mercato globale, tra brevetti, cliniche, brand, piattaforme educative e circuiti di investimento. Il possibile cortocircuito logico era evidente: se l’esperienza relativizza il consumo, come può diventare essa stessa prodotto di consumo? Restavano due ipotesi aperte: o la teoria della “decondizionante” psichedelica è più debole di quanto si affermi, oppure la forza del ciclo economico è tale da assorbire anche ciò che sembra criticarlo.
Riprendendo quel nodo, spostiamo il focus su un aspetto meno esplorato: la struttura proprietaria del capitale, in particolare nella sua forma digitale, e l’esposizione del singolo che ne deriva. Nel precedente articolo si osservava come la psichedelia, una volta divenuta oggetto di investimento, non sfugga alle logiche di valorizzazione economica. Qui la domanda si approfondisce: che cosa accade quando non solo le sostanze e i protocolli, ma anche le infrastrutture dell’informazione e dell’immaginario sono organizzate secondo regimi proprietari concentrati?
Il capitale digitale ha una natura peculiare. A differenza del capitale industriale classico, è replicabile a costo marginale quasi nullo: codice, conoscenza, contenuti possono essere copiati senza sottrarre l’originale. Questa caratteristica apre la possibilità di commons digitali e di forme cooperative di produzione e condivisione. Ma la replicabilità tecnica non elimina la concentrazione giuridica. Le piattaforme restano proprietà privata; gli algoritmi sono opachi; i dati personali vengono accumulati e monetizzati. Il risultato è un paradosso: un bene intrinsecamente condivisibile viene organizzato in forma esclusiva.
Nel precedente testo si evocava anche la riflessione del filosofo e saggista britannico Mark Fisher (1968-2017) e la sua analisi del “realismo capitalista” (Capitalist Realism: Is There No Alternative?, 2022) per indicare come il sistema economico contemporaneo operi non solo sulla distribuzione delle risorse ma sull’orizzonte del possibile. Qui il collegamento diventa più netto: se l’immaginazione è strutturata da infrastrutture proprietarie, anche le narrazioni sulla liberazione, inclusa quella psichedelica, rischiano di essere preformattate. Tuttavia, come già accennato, la riduzione a un conflitto binario capitalismo contro comunismo appare insufficiente. I modelli economici sono mezzi storici; i fini restano normativi: libertà, fraternità, legalità.
È a questo punto che la questione delle sostanze e degli stati altri incontra il diritto. Le esperienze psichedeliche vengono descritte come capaci di ridurre l’egocentrismo, di ampliare la percezione, di modificare temporaneamente le gerarchie abituali dell’io. Ma quando l’accesso a queste esperienze è mediato da strutture proprietarie fortemente capitalizzate, la trasformazione interiore si inscrive in un quadro economico che può generare nuove asimmetrie. Non è un giudizio morale sulla proprietà privata in quanto tale; è un’osservazione sulla vulnerabilità del singolo quando le condizioni di accesso alla conoscenza, alla cura e alla stessa esplorazione della coscienza sono determinate da poteri concentrati.
Da qui emerge il tema della libertà cognitiva. Se la libertà di pensiero è tutelata come diritto fondamentale, appare coerente estenderne la portata alla sfera dei processi mentali stessi: il diritto a governare la propria mente, a scegliere se e come modificare la propria coscienza, a non essere sottoposti a manipolazioni indebite né chimiche né algoritmiche. In un contesto in cui tanto le sostanze quanto le tecnologie digitali incidono sulla struttura dell’esperienza, la libertà cognitiva diventa un punto di intersezione tra bioetica, diritto costituzionale e filosofia politica.
Il collegamento con l’articolo precedente è quindi strutturale. Lì si interrogava la compatibilità tra psichedelia e mercato, tra dono e scambio, tra critica del consumo e produzione di nuovi prodotti. Qui si estende l’analisi alla cornice giuridica e digitale che rende possibile quella stessa dinamica. Se la psichedelia è divenuta prodotto, la questione non è solo economica ma istituzionale: quali garanzie proteggono il soggetto quando la mente diventa terreno di investimento? E fino a che punto un sistema fondato sulla proprietà privata del capitale, analogico o digitale, è compatibile con la tutela effettiva della libertà cognitiva?
La risposta non può essere ideologica né salvifica. Può però indicare un criterio: ogni assetto economico e tecnologico dovrebbe essere valutato in base alla sua capacità di ridurre l’esposizione asimmetrica del singolo e di garantire spazi reali di autodeterminazione. In questo senso, la psichedelia non è una via di fuga dal sistema, ma un banco di prova. Se anche l’esperienza che promette di relativizzare il desiderio viene assorbita senza trasformare le condizioni strutturali della libertà, allora il problema non riguarda la sostanza in sé, ma l’architettura entro cui essa circola. Ed è proprio su quell’architettura – giuridica, digitale, economica – che si gioca oggi la questione della libertà cognitiva.
–Aldo Bergese (collaboratore esterno)
