Partendo da una recente edizione della newsletter Tripsitter (Can Psychedelics Break the Consumption Cycle?) questa riflessione intende estenderne alcune implicazioni, interrogando la tensione tra l’esperienza trasformativa e il mercato che la veicola.
La newsletter sostiene una tesi chiara e ben costruita: la cultura consumista funziona come un tapis roulant edonico – secondo la formulazione di Philip Brickman e Donald T. Campbell del 1971 – e le sostanze psichedeliche, agendo come “interruttori di schemi”, potrebbero allentare le strutture psicologiche che alimentano desiderio, confronto di status e accumulo individualista. Le ricerche citate riportano analoghe esperienze di stati altri quali rapporto più stretto con la natura, riduzione del materialismo, incremento della prosocialità e ridefinizione del significato. L’ipotesi proposta non è che il consumo scompaia, bensì che ne venga meno la spinta automatica e identitaria.
La psichedelia contemporanea è ormai pienamente inserita nel circuito economico classico, come descritto nella newsletter: siti con abbonamenti premium, scintillanti piattaforme editoriali, ritiri per tutti i gusti e le tasche, protocolli clinici d’ogni tipo, investimenti biotech, realizzazione di brand culturali. L’esperienza che promette di far “scendere dal tapis roulant” viene comunicata, distribuita e sostenuta attraverso strumenti che operano ben all’interno l’economia dell’attenzione. Non si tratta di una denuncia di incoerenza, quanto piuttosto di una tensione strutturale. Se la psichedelia diventa prodotto, ciò invalida la teoria stessa oppure conferma la capacità del sistema di assorbire anche ciò che ne mette in discussione i presupposti simbolici?
Per evitare semplificazioni occorre distinguere i diversi piani. A livello fenomenico, un’esperienza di stati altri può effettivamente produrre decentramento dell’io, relativizzazione dello status, ridefinizione delle priorità. A livello narrativo, quell’esperienza viene raccontata come trasformativa e anti-consumistica. A livello economico, la narrazione entra in un circuito di scambio e sostegno finanziario. Che il terzo piano inglobi il secondo non implica automaticamente che il primo sia annullato – indica piuttosto che nessuna pratica culturale rimane esterna ai meccanismi di circolazione simbolica ed economica.

Si apre allora una questione meno ideologica e più concreta. Donare per sostenere un progetto editoriale che diffonde riflessioni critiche sul consumo è compatibile con l’intento di uscire dal ciclo, o ne rappresenta piuttosto una forma più sofisticata? Comprare in modo onesto, riconoscendo il valore del lavoro altrui, è necessariamente espressione del tapis roulant edonico, oppure può essere parte di un’economia consapevole? Il consumismo descritto nell’articolo riguarda l’automatismo, la ricerca identitaria, la ricerca di validazione attraverso l’oggetto; non tutti gli scambi rientrano automaticamente in questa logica. Una società senza scambio è difficilmente concepibile. La domanda diventa allora: quali limiti, quale grado di consapevolezza, quale intenzionalità distinguono la partecipazione economica dalla cattura compulsiva?
In questo senso, il fatto che la psichedelia sia oggi anche un vero e proprio prodotto non dimostra necessariamente la debolezza della sua carica trasformativa, bensì invita a ridimensionarne ogni lettura salvifica. Un’esperienza può modificare il frame soggettivo senza alterare in modo diretto le strutture macroeconomiche. Il sistema può integrare pratiche che lo criticano senza che ciò annulli del tutto l’effetto individuale di tali pratiche. La tensione resta aperta: se anche ciò che promette di interrompere il desiderio infinito diventa oggetto di desiderio, la possibilità di “scendere dal tapis roulant” è un evento interiore, una pratica culturale condivisa o un cambiamento strutturale?
In conclusione, questa breve analisi non vuole proporre chiusure o conclusioni definitive, ma va piuttosto intesa come un invito a mantenere visibile tale nodo cruciale e riflettere su queste dinamiche in corso, evitando sia l’entusiasmo redentivo sia il cinismo riduzionista.
Riferimenti:
- Tripsitter: Can Psychedelics Break the Consumption Cycle?
- Philip Brickman, Donald T. Campbell, “Hedonic Relativism and Planning the Good Society”, 1971
- Psychedelic sociality
- Natura, materialismo e psichedelici
– Aldo Bergese (collaboratore esterno)
